Un articolo storico

CENT’ANNI DI BRIDGE

di STEFANO ROSSI

da Repubblica 31/7/1994

MILANO – Da cento anni le loro dichiarazioni le fanno con i cuori in mano. Compie un secolo di vita il gioco di carte più bello, più raffinato del mondo: il Bridge. Inventato forse dai sacerdoti egiziani, forse dai bramini indù, forse dalle concubine cinesi, come molte cose di incerta origine è finito per entrare nel patrimonio delle tradizioni inglesi. E oggi poche cose sono più britanniche, a partire dal nome, di questo tressette in frac, cilindro e bastone da passeggio. Perché proprio del tressette il Bridge ha la struttura base, ed è magari per questo che gli italiani sono stati innumerevoli volte campioni del mondo con il fenomenale Blue Team, che ha vantato campionissimi come Eugenio Chiaradia, Guglielmo Siniscalco, Giorgio Belladonna, Piero Forquet, Massimo D’Alelio, Walter Avarelli, Camillo Pabis Ticci e Benito Garozzo. Nomi che sono i Coppi, i Meazza, i Nuvolari di questo gioco. Su tutti Carlo Alberto Perroux, capitano non giocatore. La nascita del Bridge viene datata al luglio 1894, quando lord Brougham, che dopo un lungo soggiorno al Cairo era ritornato in Inghilterra, a un tavolo dell’ esclusivo (poteva non esserlo?) Portland Club, durante una partita di whist alla fine della distribuzione dimenticò di voltare l’ultima carta per designare il seme d’atout. Di fronte a ciglia inarcate e a monocoli penzolanti sui panciotti si giustificò con inimitabile flemma: “Scusate, credevo di giocare a Bridge”. Fu così che il nuovo gioco si rivelò, soppiantando progressivamente il suo antenato whist, che da passatempo delle classi povere era diventato segno di distinzione dei nobili. In realtà, giochi simili al Bridge si facevano in Grecia, Russia, Turchia, nei Balcani. Il whist nel ‘ 700 aveva conquistato perfino i ribelli americani, per merito di Benjamin Franklin, e i re francesi. Uno, attaccato al denaro come alle carte, durante una partita si era chinato per raccogliere una moneta da un Luigi. Pronto, un ambasciatore straniero aveva acceso con una candela un biglietto da mille franchi per fargli luce sotto il tavolo. Jules Verne ne “Il giro del mondo in 80 giorni” lo fa giocare al suo eroe, Phileas Fogg. Sebbene fosse in definitiva arrivato buon ultimo, è solo con il Portland Club che nel nome del Bridge le diverse varianti vengono unificate e anche se il gioco non smette di evolversi, dall’Inghilterra passa rapidamente al resto del mondo e oggi la sua diffusione è planetaria. Fra i giocatori famosi, oltre al solito Omar Sharif, anche John Wayne, Gandhi, Deng Xiaoping. Oggi lo pratica il giudice Gherardo Colombo. Anche dopo che negli anni Trenta aveva fatto scuola il sistema di Ely Culbertson, insofferente delle regole Winston Churchill giocava in modo spregiudicato. E al suo compagno, il segretario privato Masterton, che da buon bridgista gli rimproverava rispettosamente gli scarti sbuffava: “Le carte che butto via non meritano di essere osservate, altrimenti non le scarterei”. Il Bridge è considerato il gioco di carte più stressante che esista. Una ricerca ha svelato che sudorazione, battito cardiaco e pressione sanguigna dei giocatori sono spesso simili a quelli di un chirurgo dopo un intervento delicato. Ma il Bridge rende immortali. Nel 1863 il “colpo di Vienna” divenne tanto famoso che un giornale inglese scrisse: “La mano causò tale sensazione al circolo che si decise di inciderla a lettere d’oro e appenderla nella sala da gioco”. Ma il Bridge è anche fantasia. Una decina di anni fa gli americani decisero di vincere il mondiale e formarono una squadra di giocatori atleti e asceti, gli Aces di Dallas. Sicuri di sé, sfidarono il Blue Team che non faceva certo vita monacale. E gli italiani li fecero neri.