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Samarcanda

9 Agosto: era una calda sera estiva nella quale diverse attività ludiche potevano essere allegramente praticate all’aperto. Le spiagge erano ancora colme di ragazzi che grigliavano salsicce e braciole per festeggiare l’approssimarsi del Ferragosto. Sui marciapiedi numerosi mocciosi giocavano a schiacciasette o, più banalmente, a passarsi la palla nel delirio infantile del girotondo. Le reazioni dei passanti in bici che, per schivarli, finivano irrimediabilmente faccia a terra, non possono essere riportate in questo articolo. E comunque cosa volete che importasse di tutta questa movida estiva a Giovanni? Niente, proprio niente di niente. Il nostro ineffabile protagonista, alla guida della sua Smart, si apprestava a parcheggiare sotto il circolo di Rimini per partecipare al consueto torneo serale.
Il posteggio adocchiato dal nostro era grande anche per un macchinone, figuriamoci per la sua minicar. D’altra parte pareva l’ultimo rimasto disponibile e Giovanni non si era fatto scrupoli nell’occuparlo. Scese dalla vettura, fece dieci passi indietro e, dato l’ingombro delle macchine adiacenti, si accorse che il suo stallo pareva ancora libero. Lo stesso pensò il suo compagno che, appena varcato il cancello di ingresso col suo fuoristrada, vi si fiondò, costretto ad una frenata improvvisa seguita da un florilegio di parolacce.
La radio della sua macchina, quella sera, aveva concluso il suo percorso canoro con “Samarcanda”. Giovanni adorava quella melodia e ne cantava i versi appassionatamente, anche adesso che i suoi colleghi bridgisti gli stavano appresso.

Musica di tamburelli fino all’aurora
il soldato che tutta la notte ballò…

Il protagonista del racconto si era fermato a quelle due righe quando si sentì chiamare dal compagno di gioco.
“Che ballava, Giovà, che ballava quel soldato?” gli disse il suo amico irritato per il furto del parcheggio. Chiaro che non aveva mai sentito parlare di Roberto Vecchioni!

Per fortuna a breve il bridge prese il sopravvento su tutto: magari non condividevano la stessa cultura musicale, ma al tavolo i due si capivano a meraviglia. Prima dell’ultima mano valutarono che per vincere il torneo bastava anche un cattivo risultato: l’importante era non rimediare una percentuale prossima allo zero.

Ovest attaccò col PiccheK Giovanni si precipitò subito a prendere di Asso, ma Est scartò la Madama di fiori!
Avesse abbandonato il difensore un’innocua carta rossa, Giovanni avrebbe potuto giocare fiori dal morto due volte, regolandosi sulla sua destra, filando se fosse stata inserita la Donna o prendendo nel caso fosse comparsa una cartina, neutralizzando il Fante terzo a sinistra.

Era stata la giocata adottata da quasi tutti i dichiaranti del torneo, ma il nostro non poteva più salvarsi in quanto l’abile controparte aveva saputo liberarsi di quella carta ingombrante alla prima occasione possibile, creando un ingresso al grato compagno. Solo sette prese ora spettavano allo sfortunato Sud.

Il torneo era concluso, la vittoria era sfumata per un misero decimo di punto percentuale. Mesto come non mai, Giovanni salì in macchina e l’autoradio ricominciò a cantare.

Ma vide tra la folla quella nera signora…: la Regina di fiori!

E lui sapeva che nella canzone la nera signora aveva anche un altro significato.

In preda ad un raptus improvviso spense tutto e lasciò per strada la Smart. Corse a perdifiato fino al molo della città ed ammirò per un momento il mare Adriatico notturno: gli scogli, il faro che illuminava le navi mercantili e le luci in lontananza del paesino di Gabicce Mare.
Furono le ultime cose che vide.

10 agosto: Giovanni si svegliò di soprassalto. Scese ciondolante in cucina, mentre la moglie gli preparava il caffè. Era ancora presto.
“Che stupido, cara,” le confidò “stanotte mi sono gettato in mare per un torneo disgraziato. Meno male che era solo un incubo! Speriamo che il buffet della colazione non lasci a desiderare, ho bisogno di riavermi al più presto. Li hai comprati quei Choco Krave che mi piacciono tanto?”

 

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