Quando ero piccola pensavo che avrei fatto la maestra perché l’idea di stare in mezzo a tanti bambini era una cosa che mi affascinava. Poi si cresce e nessuno fa il pompiere o l’astronauta e nemmeno io ho fatto la maestra. Poi il Bridge, l’agonismo, le competizioni, le partenze, i tornei per 35 anni finché casualmente proprio il Bridge mi ha portato nella scuola. E siccome niente accade per caso eccomi a fare quello che da piccola pensavo sarebbe stato il mio futuro: insegnare qualcosa a bambini, stare in mezzo a loro. Il Bridge è la nostra grande passione e chi di noi ha scelto di insegnarlo sa che, se potessimo, lo insegneremmo a tutti quelli che incontriamo, dalla commessa del supermercato all’istruttrice di pilates passando attraverso il vicino di casa o l’amministratore di condominio e cosa ci può essere di più bello di insegnarlo a bambini, ragazzini, giovani in generale? Ho impiegato un po’ di tempo per decidere e poi portarli quest’anno ai campionati under 26. Sentivo sarebbe stata una grande responsabilità da tutti i punti di vista ma che fare? Era stato l’obiettivo che mi ero prefissata quando li ho presi in prima e seconda media e glielo avevo fatto sognare come una prima meta da raggiungere. Ma erano così piccoli, era così difficile spiegare la Stayman, figurarsi l’interferenza o il rever… Avevano pochissimo tempo da dedicare, nessuno in famiglia che avesse la benché minima idea di cosa fosse questo gioco se non per sentito dire o visto nelle puntate di “Happy Days” in cui ogni tanto mamma e papà di Ricky si sedevano a giocare una partita di Bridge con una coppia di amici. Tante volte mi dicevo che era una battaglia persa ma poi erano loro stessi che mi facevano tornare la voglia di continuare e così a Settembre dell’anno scorso mi hanno detto: allora ci porti o no a questi under 26? Bisognava intensificare gli allenamenti che non potevano più essere due volte al mese, convincere i genitori che, pur sempre collaborativi, adesso avrebbero dovuto rinunciare ad avere i loro figli a casa per una parte delle vacanze di Pasqua e non è stato facile, ma come si dice… la volontà è quella che sposta il mondo e giovedì scorso alle cinque di mattina erano tutti all’aeroporto con tutta la famiglia ad accompagnare questi bambini che andavano a “fare il Bridge“. E io, come la mamma chioccia, ridente e felice con tutti i pulcini attorno. Agnese, Elisabetta, Irene e Fabio erano i miei figli grandi, i loro fratelloni, e loro, i piccoli, ansiosi, preoccupati, emozionati, felici. Questi tre giorni sono stati gioia pura, gioia per vederli così legati, così complici, così uniti. Giocavano le ragazze e chiedevano subito che avessero fatto i ragazzi e come stavano andando i ”grandi” e viceversa, volevano notizie anche di Seby, volevano che vincesse, stavano davanti al monitor con partecipazione, con affetto. Guardarli e vivere la loro età, vedere la spensieratezza, fare e dire quelle cose stupide che si fanno e che si dicono alla loro età, il pianto di Alessia perché per un attacco sbagliato aveva regalato una mano, i racconti di cose divertentissime capitate al tavolo, aneddoti esilaranti. Alla soglia dei 60 anni vederli all’una di notte tutti nella mia stanza seduti per terra a parlare delle mani giocate, degli errori, delle patatine che volevano comprate, della pasta in bianco da mangiare, della cioccolata fondente da dividersi e dire inutilmente di andare a dormire e capire che avevano in corpo tanta di quella adrenalina che sarebbero potuti stare svegli per una settimana, senza avere un briciolo di sonno ridendo sugli aneddoti capitati, rammaricandosi dei punti persi, felici degli incontri vinti, inebriati da un’atmosfera e un mondo che non sapevano ancora quanto gli stava piacendo.
Non importa se e quante medaglie hanno al collo, non importa quanti incontri hanno vinto e quanti ne hanno persi, quanto hanno riso e qualche volta pianto, hanno vissuto tre giorni che non dimenticheranno mai. Ed io nemmeno.