Bridge, lo Sport della Mente

World Bridge Team Championships (13)

da | Ago 24, 2017 | 0 commenti

“Chasing the rainbow” titola il bollettino di oggi, ovvero “a caccia (ricerca) dell’arcobaleno”, un modo di dire che significa all’incirca “alla ricerca del sogno più bello”, e che è utilizzato dagli anglofoni per esprimere la speranza nel più brillante avvenire possibile. Questo è quello che faranno le meravigliose sei squadre che da oggi si giocheranno la medaglia d’oro nella competizione in assoluto più prestigiosa del calendario mondiale, il Campionato del Mondo per squadre nazionali, ovvero la Bermuda Bowl nell’Open – il più brillante dei gioielli della corona, ed anche il più antico – la Venice Cup tra le signore, e la d’Orsi Cup tra i Seniores.
Tra queste vi saranno anche quei meravigliosi canuti, senescenti, anziani, ingrigiti, e così via elencando sinonimi, azzurri della squadra Over 60, i quali, novelli Porcete e Caribea, hanno letteralmente stritolato gli avversari dell’India, squadra che ha giocato l’ultimo parziale solo per onore di firma, visto che a sedici mani dalla conclusione era indietro di ben 87 IMP, un vantaggio insormontabile (beh, non del tutto, ancora risuona l’eco del 101-11 rifilato dall’Austria alla Cina in un quarto di finale delle olimpiadi, a Rodi 1996). E pensare che la giornata era cominciata a partire da uno striminzito vantaggio, e che gli asiatici avevano già dimostrato di essere quanto mai ostici in tutto il loro cammino. “Pas des problèmes”, come dicono quaggiù: un bombardamento a tappeto a base di ogni manche possibile ha fatto spuntare molti sorrisi sui volti tirati dei nostri protagonisti già dopo il primo tempo, dominato per 44-6, sorrisi trasformati in risate ben più ampie dopo il secondo di giornata e quinto in totale. Rien ne va plus: pieno e cavalli, ovvero almeno la medaglia d’argento al collo, ed una concreta speranza per il più brillante dei metalli (Comella è servito una volta di più).
“Capitano, oh mio capitano” già intonano i nostri, invocando quel loro condottiero che li ha così amorevolmente coccolati, ma che è anche stato bravo a saperli simpaticamente maltrattare quando necessario, ed a saputo serrare le fila quando qualche malumore – inevitabile in un impegno così lungo – ha improvvisamente cominciato a serpeggiare. Walt Whitman – splendido, e purtroppo poco conosciuto cantore del mare – raffigura il capitano stesso come morto sul ponte, dopo essersi offerto all’estremo sacrificio: il nostro non intende certo arrivare a tanto, ma tutto se stesso già ce l’ha messo. Lo so, così mi sono reso colpevole di “apologia di capitano”, ma il protagonista se lo merita, ed io, notoriamente, non vado famoso per essere incline alla piaggeria.
Mi sovviene adesso che non ho speso una sola parola per i nostri avversari, ai quali però una presentazione la devo, se non altro perché qualcosuccia hanno vinto, questi yankee di USA 2. Alan Sontag è il leader del gruppo, vantando, a livello Open, due Bermuda Bowl e una Rosenblum, ed una Bermuda Bowl in bacheca ha anche Michael Becker (tra l’altro in comune con Sontag e, ahimè, grazie alla famosa finale del 1983 di Stoccolma contro l’Italia, vinta per 413-408 dopo una battaglia epica). Sontag gioca con David Berkowitz, mentre Becker si siede di fronte ad Allan Graves. Onusto di mille titoli il primo, e meno conosciuto a livello internazionale il secondo – canadese di origine – notissimo professionista però nel circuito americano. Completano il sestetto Jeff Wolfson, lo sponsor della squadra, e Neil Silverman. Quest’ultimo è un pochino scomparso dal grande giro, di recente, per le stesse ragioni di Graves, ma ha anche lui una Rosenblum alla cintola (quella del 1986), ed un bronzo olimpico (2000).
Insomma, personaggi di statura di titani – e sei proprio come quei mitologici esseri – che non sarà certo facile abbattere, ma sic est, e non si tratta di un’impresa né impossibile, né fuori dalla portata di chi è già giunto così lontano. E se poi impossibile fosse, ad impossibilia nemo tenetur: i sette ci avrebbero comunque entusiasmato per quanto fatto fino qui.
Al netto di sviolinate, scongiuri e dell’immancabile latino, ben lontano mi sono spinto nel decantare le imprese dei vecchietti e descrivere quanto ancora li attenda, ma non si può dimenticare che c’è anche altro, qui nella Citè International, il bellissimo centro congressi di Lione che ci ospita, e che si è rivelato essere la sede di gara migliore mai vista (beh, giusto un pochino – oh, solo un po’ – meglio della tenda-forno di Montecatini), e quell’altro sono appena altri due titoli mondiali (o meglio tre: c’è anche il Transnational, approdato alla fase a KO, del quale dare conto).
Come sempre, partiamo dall’altra metà del cielo, quell’universo femminile al quale tutti i gentiluomini debbono pagare omaggio lasciando il passo, e certo così faccio io, “old fashioned” come sono in questo campo.
La finale sarà un classico, dato che metterà di fronte due delle squadre più vincenti degli ultimi vent’anni, Cina ed Inghilterra, capaci di vincere complessivamente una buona metà dei titoli mondiali disponibili da Pechino 2008 in poi. Le due formazioni sono giunte all’epilogo in maniera molto diversa, ovvero dominando le polacche loro avversarie le asiatiche, mentre le suddite di Elisabetta II hanno dovuto sudare sette camicie per piegare la Svezia, staccandosi di poco, e molto lentamente, solo nella seconda giornata, dato che a trentadue mani dalla fine il vantaggio era si soli 9 IMP, di 15 IMP quando ne mancavano sedici, e di 22 IMP è risultato alla fine. Se devo scegliere, mi sbilancio a favore della Cina, ma non ci metto sopra più di un soldino da un centesimo.
Concludiamo la parentesi principale con la Bermuda Bowl, dove la Francia ha agevolmente completato la demolizione del pacchetto di mischia neozelandese già nel primo parziale di giornata, tanto che gli avversari, sotto a quel punto di un impressionante 48-187, “called it a day”, ovvero hanno alzato bandiera bianca e raggiunto molto anzitempo le docce. Molto diverso è stato l’andamento dell’altra semifinale, dato USA 2 ha dovuto combattere molto duramente per avere ragione dell’indomita Bulgaria, ed anche in questo caso, come in quello delle inglesi contro la Svezia, allargando un pochino il margine solo verso la parte finale del match, alla fine concluso 216-182.
Anche qui mi sbilancio, e lo faccio, sorprendentemente, a favore dei americani. Perché? Perché non sono sicuro che i francesi, che comunque mi sembrano tecnicamente superiori, siano capaci di reggere alla pressione, ed in questo senso il giocare in casa non rappresenta per loro un vantaggio. Vedremo: spero di sbagliarmi, dato che i sei transalpini mi sono molto simpatici, sono giocatori correttissimi e generalmente molto piacevoli al tavolo da gioco, ed inoltre parlo la loro lingua e qui mi sento quasi a casa. A bientôt.
Infine il Transnational, finora in ombra causa lo sfavillare delle competizioni principali, ma che ora merita gli onori della ribalta dato che anche qui, da oggi, si lotta concretamente per un titolo mondiale, e che anche questa competizione sarà visibile su BBO. Posso solo dirvi, per il momento, che la squadra di Pierre Zimmermann, dove militano Lauria-Versace, andrà alla ricerca del quarto titolo dal 2007 (ha vinto nel 2007, 2009 e 2015, essendo quindi la detentrice, e non ha giocato nel 2013 perché impegnata nella Bermuda Bowl), e che il parterre degli otto qualificati ai quarti di finali è impressionante. I dettagli più tardi.
128 smazzate giocheranno i protagonisti della finale più prestigiosa, 96 ne disputeranno anziani e signore, mentre ogni KO del Transnational sarà sulla distanza di 48. Una succulenta tavola è apparecchiata per gli appassionati: buon divertimento.