Bridge, lo Sport della Mente

Roberto “Bobo” Cambiaghi

da | Ott 28, 2016 | 1 commento

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bobo5Chiunque abbia conosciuto Roberto Cambiaghi (“Bobo” per tutto il globo terracqueo, come direbbe lui) ha imparato una lezione fondamentale: dobbiamo essere noi i protagonisti della nostra vita.
Seguire le nostre inclinazioni significa rispettare noi stessi; non importa se abbiamo il lusso di poterlo fare a tempo pieno o solo mezz’ora nel fine settimana. Le nostre paure non sono qui per frenarci, ma perché affrontandole acquisiamo la fiducia in noi stessi che è fondamentale per raggiungere i nostri obiettivi. Che è la benzina dei nostri motori.

Seguendo questi principi, Bobo ha vissuto ben sette vite diverse, e tante l’instancabile ne avrebbe sicuramente costruite ed esplorate ancora. La malattia che lo perseguitava da tempo lo ha però strappato questa mattina, all’età di 69 anni, ai suoi familiari e alla lunga schiera di amici conosciuti nell’arco delle sue sette esistenze.

fiat

Nato il 23 Gennaio del 1947 a Milano, Bobo è stato uno dei rallisti italiani più celebri, arrivando a conquistare nel 1975 il titolo nazionale al volante di una Fiat 124 Abarth. Ha anche preso parte a numerose gare del Mondiale, tra cui Montecarlo e Sanremo.
Se gli aveste chiesto quale auto gli ha cambiato la vita, avrebbe però risposto: “una Mercedes-Benz”, perché “dei successi superati dal tempo non frega niente a nessuno, me per primo”.
Grazie alla fama raggiunta come pilota, gli è stata affidata per due anni la conduzione della trasmissione televisiva “Grand Prix” in coppia con Andrea De Adamich.

Oltre al rally, Bobo ha praticato la pallacanestro (fino a diventare Campione italiano juniores), il motociclismo, il bob, il golf, l’equitazione, la pesca e, come sappiamo, il Bridge.

Nel 1998, dopo un periodo di interruzione, ha ripreso a giocare a Bridge, arrivando a vestire la maglia Azzurra nel 2008 ai Campionati Europei di Pau, in coppia con Arturo Franco. L’Italia ha raggiunto il sesto posto, qualificandosi per i mondiali di San Paolo. Bobo e Arturo sono risultati primi della classifica Butler e in Brasile Bobo ha difeso ancora una volta i nostri colori.
Ha solcato sei volte il podio nazionale, conquistando nel 2014 la medaglia d’oro a squadre libere over 60.
Per un anno è stato Consigliere della Regione Lombardia. Fra il 2009 e il 2011 ha rivestito il ruolo di Vice Presidente Vicario della Federazione Italiana Gioco Bridge, candidandosi alla Presidenza nel 2012.

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Per quanto riguarda il lavoro, ha presieduto per molti anni una società leader in Italia nella distribuzione di prodotti chimici e petrolchimici, con oltre 12 stabilimenti. E’ stato Vice Presidente della ASSICC, associazione che rappresentava più di 30.000 miliardi di fatturato nel nostro paese.
Parallelamente, ha avuto società nel campo motociclistico (è stato importatore Puch per l’Italia), dell’elettronica (importatore Pioneere Alpine Car Stereo) e dell’immobiliare, fino a logistica, servizi, trasporti, pesca…

E’ stato musicista organista, arrivando a suonare per il Clan di Celentano e organizzando stagioni concertistiche a Milano con i più grandi organisti mondiali ed italiani. Era iscritto come autore e paroliere alla SIAE; ha composto musiche anche per programmi RAI.

Per superare la sua fobia per il volo ha deciso di prendere il brevetto di pilota, diventando poi uno dei riferimenti della Protezione Civile.

Ha raccontato tutte queste esperienze clamorose nel suo libro autobiografico “le sette vite della jena” (Ed. Lariana), pubblicato nel 2014. Un testo che è insieme divertente e profondo. In ogni capitolo “traspare un misto di modestia e di rimpianto: da un lato fa sembrare del tutto naturale l’aver raggiunto certi risultati, dall’altro lascia intuire che forse avrebbe potuto fare anche di più.”

L’intento di Bobo-scrittore era soprattutto lasciare un messaggio ai giovani:

Hanno tutta la vita davanti e da questo libro dovrebbero accrescere il loro entusiasmo verso l’infinita varietà di occasioni che quotidianamente si presentano loro e che come fiori non aspettano altro che di essere colte.

IL RICORDO DI MARIO D’AVOSSA 

Bobo è stato un amico ed un magnifico compagno al tavolo, ma, soprattutto, è stato un grande uomo. Lo ricorderò sempre e mi mancherà tantissimo.
Mario

IL RICORDO DI FABRIZIO HUGONY 

Gli anni in cui avevo giocato tante competizioni nelle squadre di Bobo si perdono nel passato e quindi di quei ricordi rimane l’essenziale: una persona gentile e cortese, sempre disponibile e sorridente.
Mi mancherai tanto,
Ciao Bobo,
Fabrizio

Roberto CambiaghiQui lo ricordiamo con un aneddoto tratto dal suo libro autobiografico “le sette vite della Jena”.

Come si fa a non partecipare al Rally italiano del Campionato del Mondo? Innanzi tutto era un’esperienza irripetibile e non c’era ragione per non confrontarsi con il gotha del rally e con la durezza di un percorso così lungo e impegnativo. […] Fu così che mettemmo insieme l’equipaggio: Bobo e Rudy Dal Pozzo. L’esordio fu sintomatico. Una mattina, durante il primo giorno di prova, ci recammo per prendere le note della speciale più lunga e problematica del rally: il “Gouta”, 55 km di prova speciale in terra, da togliersi il più rapidamente possibile dai coglioni. Era una prova che partiva da una stradina d’asfalto dalle parti di Vallecrosia, per poi inoltrarsi nel buco del culo dell’Appennino ligure, là dove il lupo e il cinghiale hanno la loro tana. La prova era in asfalto per i primi 500 metri e iniziava 100 metri prima di una lunga e cieca curva a sinistra, con dei lavori in corso e la strada delimitata da un muro e da un guardrail.

Guardai Stanlio alla mia destra e chiesi: “Partiamo da qua o facciamo prima la strettoia?” La risposta fu: “Ma chi cazzo vuoi che venga giù da questa stradina?” Bene, misi la marcia e partii, inoltrandomi nel budello cieco a modesta velocità: non si sa mai. Dopo 30 metri di piena strettoia, come evocata da belzebù, apparve un’Ape Piaggio guidata da un vecchio villico locale e carica come un Tir della Gondrand. Le velocità cumulate erano relativamente modeste ma l’impatto si presentava inevitabile, visto che non vi erano vie di fuga. Piantai un’inchiodata ed ebbi modo di vedere come in un film al rallentatore gli occhi del rurale che si allargavano come quelli di un gufo reale, mentre il piccolo posto di guida in cui era rannicchiato si avvicinava inesorabile verso il muso del nostro panzer.

Fu un frontale a bassa velocità ma sufficiente a far rientrare la ruota dell’Ape nel posto di guida, direttamente fra le cosce dell’infelice. Scendemmo senza alcun danno per noi e, scoperto che il fattore era illeso, cominciammo a ridere a crepapelle perché non avevamo idea di come farlo scendere dall’Apollo 16, la cui porticella si era completamente accartocciata.

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