Tabellone della Spingold – Clicca sull’immagine per vederla nelle sue dimensioni massime

Mi era già capitato, qualche anno fa con le squadre di giovani mandate alle Universiadi di Brouges, di fare il Capitano Non Giocatore e Coach, e l’avevo trovata già allora un’esperienza stressante, ancorché entusiasmante, ma col salire del livello tecnico – e quello qui a Chicago è davvero formidabile – ho scoperto che le emozioni raggiungono picchi impensabili, molto più che se stessi giocando io.
Ieri, poi, l’incontro di LAVAZZA con LYNCH è stato il peggiore possibile per le mie povere coronarie: tutto un alternarsi di punteggi buoni e cattivi, con le mani, spesso diaboliche, a collaborare nell’aggiungere ulteriore pepe, casomai ce ne fosse stato bisogno. Il risultato dei quattro tempi ne è un fedele specchio, sia in termini di alternanza al comando, sia per quanto riguarda la quantità di punti volati via: abbiamo cominciato a -21 (35-56) ma a metà gara eravamo a +13 (89-76) grazie al parziale di 54-20. Doccia fredda subito dopo: 19-42 ed un totale a sfavore di 108-118. Tutto questo, con i punteggi negativi quando giocava la sponsor (male, ma evidentemente non abbastanza), e con quello positivo quando è stata fuori, così come doveva fare nell’ultimo tempo.
Quell’ultimo è stato terribile: anche se io non lo sapevo, abbiamo perso prima 3 e poi 10 IMP nelle prime due mani (avevo però potuto vedere come la seconda mano fosse pericolosa: al tavolo di Giorgio DuboinZia Mahmood, dove sedevo, Adam Zdmudsinski aveva fatto 4Cuori in maniera davvero funambolica), ma poi i board hanno cominciato a scorrer via tutti positivi, grazie ad un gioco veramente impeccabile dei nostri due alfieri, ed a qualche imperfezione, sempre punita, dei due avversari.
Le ultime tre mani, poi, hanno aggiunto sale sulle ferite: prima i due polacchi hanno chiamato un ottimo slam, difficile da trovare, ma che per fortuna cadeva grazie a due Re entrambi mal piazzati, poi si sono fermati a 4Picche dove a 6Picche si va in effetti sotto, ma si fanno 6Fiori, infine, Duboin-Zia, i quali a quel punto avevano uno score davvero eccellente e che quindi speravano, magari, in un bel 3SA di battuta con trenta punti sulla linea, hanno mancato di chiamare uno slam che sapevano benissimo, in licita, valere il 51,2% di probabilità (la caduta della Dama di atout con nove carte), e che quindi non valeva certo la pena di rischiare a quel punto del match.
Tutto finito a quel tavolo, ed un confronto con l’operatore BBO permetteva di vedere che eravamo avanti di 15 in quel momento, ma mancavano proprio le ultime tre mani.
Nella prima, Alejandro BianchediMassimiliano Di Franco si sono avvicinati allo slam, mentre tutti gli italiani presenti a Chicago – e sono tanti – si assiepavano intorno al cellulare di Agustin Madala per seguire la licita su BBO, facendo ciascuno ogni sorta di gesti scaramantici perché si fermassero. E così è stato: in un tripudio nazionalista, ed urla belluine di gioia, Bianchedi si è limitato a 5Fiori, ma ancora non era finita: eravamo a +27, ma si potevano perdere 13 IMP nella penultima mano, e 11 nell’ultima. Pochi, direte voi, ma nell’ultima, a guardare bene, poteva succedere di peggio: con i nostri in zona contro prima, c’era il rischio che i loro interventi artificiali sull’apertura di 1Fiori “Polish Club” li spingessero a pagare 1100 (già a livello di uno) o più.
Abbiamo in effetti perso 13 nella penultima per 6Picche-1 (slam da non chiamare, in effetti, visto che era di poco inferiore al 50%, ma eravamo stati fortunati nella mano prima), e come nei peggiori incubi, i nostri si sono puntualmente messi in mezzo nell’ultima: se avessero pagato 1400 avremmo perso di 1 IMP! Dopo qualche schermaglia, però, gli avversari hanno deciso di dichiarare il loro colore e di appoggiarselo (gli inglesi hanno una bellissima espressione per descrivere questo tipo di situazioni: to take somebody off the hook, ovvero staccare qualcuno dall’uncino, come nel caso di un pesce che abbia ingoiato l’amo – hook, appunto – e che riesca poi a liberarsi, o venga liberato), per giunta fermandosi anche prima di slam, così che alla fine abbiamo concluso il tempo 49-26, e l’incontro 157-144.

Dettovi dei miei tormenti, che spero di avervi reso con tutti gli annessi palpiti (termine che riflette la mia passione per la lirica: vuol essere un omaggio a “Una furtiva lacrima”), veniamo anche agli altri incontri, nessuno dei quali ha raggiunto il livello di drammaticità di quello appena raccontato. Tutte le altre sette sopravvissute hanno infatti vinto agevolmente, anche se non sempre con agio dall’inizio alla fine. Sia CAYNE contro TEAM WOLFF infatti, che PANCHINA (niente a che vedere con le nostrane “panchine”: si tratta di Pan China, o “tutta la Cina”: i giocatori vengono da quattro città diverse) contro BERG, sono partiti da +10 prima delle ultime quindici mani, ma hanno poi prevalso largamente nell’ultima frazione: 76-23 i primi, e 69-29 i secondi.
Tutto tranquillo invece per MONACO, almeno da metà gara in poi, e per TULIN, RIGAL, GORDON e SCHWARTZ, tutte vincitrici con margini abbastanza significativi, ma comunque con gli avversari ben in partita fino all’ultimo.
A guardare le formazioni, tutti e quattro i quarti di finale hanno dei chiari favoriti, ed è certo il caso di LAVAZZA contro RIGAL (ma naturalmente perderemo facile), di CAYNE contro SCHWARTZ e di TULIN contro PANCHINA, mentre una qualche incertezza in più è attesa in MONACOGORDON.

Passiamo ora oltre, visto che molto altro si è giocato, e ad altissimo livello, come testimoniano i nomi di alcuni dei vincitori negli eventi collaterali. E’ questo il caso del Freeman BAM Mixed Teams, vinto da FIREMAN grazie all’apporto di due giocatrici formidabili come le francesi Benedicte Cronier e Sylvie Willard, nonché di uno dei più forti americani della nuova generazione, Joel Hurd. Qui troviamo anche Paolo Clair, piazzatosi in un discreto diciassettesimo posto, ed Emanuela Pramotton, trentunesima.

Si è concluso anche il Wernher Open Pairs, vinto da Ai-Tai Lo e William Pettis, con Margherita ChavarriaFrancesca Piscitelli al quarantacinquesimo posto (già un buon risultato, considerato che erano entrate in finale con un basso carry-over).

Nel Thursday Swiss Teams, dove c’erano la bellezza di 193 squadre al via – qui tutto è enorme! – giocavano le altre quattro azzurre (Caterina Ferlazzo, Gabriella Manara, Simonetta Paoluzi, Ilaria Saccavini), e bene hanno fatto, dato che si sono piazzate brillantemente terze, seguite da presso da Leonardo CimaValerio Giubilo, quarti.

A proposito dei due, Leonardo Cima mi dice che di Bracket KO ne hanno in realtà vinti due, e che è grazie ad un errore del bollettino (ho controllato, e quella classifica non c’è, anche se compare nel curriculum dei due, dunque, per una volta, non ho sbagliato io) che quel risultato è scomparso. Gliene do con piacere credito.