Giornata del tutto interlocutoria, quella di ieri, dato che entrambi gli incontri di semifinali hanno visto un grandissimo equilibrio, ed una lunga teoria di mani molto piatte, occasionalmente punteggiate da un bel po’ di Slam. Quasi solo da questi, sono provenuti gli sbilanci più grossi.

Bramley è avanti di due IMP su Nickell – 90 a 88 – dopo un pessimo inizio. Nella mano 1, infatti, è stato chiamato uno slam che dipendeva dalla posizione di A e K di atout: purtroppo, ce li avevano gli avversari (tutti e due erano in mano a Nick Nickell, il quale ha anche Contrato)! Nickell ha veleggiato per quasi quaranta board sui venti IMP di vantaggio, ma poi Bramley ha recuperato tutto con qualche interesse.

Quasi identico il punteggio tra Diamond e Fleischer, con la prima in vantaggio 91 a 84. L’andamento è stato però qui diverso: le due squadre hanno marciato per lo più appaiate, senza che il distacco prendesse mai dimensioni rilevanti. La piattezza delle mani ha impedito agli alfieri di Diamond di esibirsi nel consueto bridge scintillante, così che seguire il match è stato abbastanza noioso, a dispetto di quanto mi attendevo.

Per darvi un’idea della poca collaborazione delle carte, pensate che si potrebbe parlare di un livello già eccelso, se ogni squadra avesse segnato 2 IMP per mano, ovvero se ne fossero visti 240 per incontro. Qui ne abbiamo 178 in un caso, e 175 nell’altro!

Oggi le ultime 60 smazzate ci sapranno dire se Bob Hamman avrà ancora una chance di giocarsi una Bermuda Bowl, cosa che farebbe alla veneranda età (l’anno prossimo) di 76 primavere. L’ultima giocata, e vinta – ahimè – a nostre spese, fu quella di San Paolo nel 2009, ovvero a settant’anni suonati.