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Daniele DonatiMancano due giorni alla domenica di Pasqua. È il venerdì comunemente detto “di passione”, nel quale il mondo cristiano contempla il dolore del mondo, partendo da quello di una madre davanti al martirio del figlio. Mentre lungo le colline romagnole, migliaia di giovani percorrono a piedi la via della croce, condividendo il tempo del patire, gli Under 26 se la spassano a Riccione, con i suoi negozi sfavillanti, le ragazze eleganti e le piadinerie che solleticano l’appetito nei suoi viali scanzonati.
Ma davvero per i giovani bridgisti, l’occasione del Campionato Under 26 a Riccione è solo uno spasso, una fuga dalle emozioni del cuore? Indaghiamo.

Secondo incontro del torneo a coppie. Mi avvicino ad un tavolo di Esordienti, seduto in Est con

Picche AJ1064   Cuori KJ4   Quadri K93   Fiori 87

Francesco Caposiena intavola la sua spada nera. Passo, tocca al compagno Luigi Pepe che sbuffa e mormora tra sé e sé. Va nel cassetto ed estrae il 2Picche. Fine della licita. Dopo un graditissimo attacco a Cuori, Luigi mostra le sue 13 bellezze:

Picche K875   Cuori 87   Quadri54   Fiori AKQ96

Pur essendo un sanguigno salernitano Francesco guarda scendere quel bendidio di Fiori e non versa una lacrima. Incassato 2+2 alza gli occhi verso il compagno il quale si difende:

“Sai che ho problema coi livelli, non so mai quando dire due, tre o quattro”

“Hai 12 punti e fit quarto”.
“Ma a me quei livelli scassano proprio!”

In attesa del cambio di turno faccio il maestrino: “Vedi, anche se tu non avessi avuto 12 punti, il fatto di avere quattro carte in appoggio e due colori secondi ti autorizzava a concederti qualcosa in più…”.
Mi ignora e riprende infervorato: “Ma sono quelle risposte a più livelli che mi fanno pazziare!”.
Ammirato dal self control inglese del compagno, metto un “mi piace” a questa coppia e mi sposto a fare un giro fra gli Esperti.

Francesco Caposiena e Luigi Pepe

Passo accanto alle Italy Girls, reduci dal torneo di Amsterdam per il quale la loro coach Emanuela Capriata ha tenuto a sottolineare una certa mancanza di passione durante l’andamento del torneo. Uhm, da approfondire.
Effettivamente il coinvolgimento emotivo in questo sport non è meno importante della preparazione e della concentrazione, che ne rappresentano il vertice dell’impegno. Girando fra i tavoli, si intravede qualcuno che non sente proprio su di sé l’emozione ed il pathos di chi gareggia in un Campionato Italiano, si ha l’impressione che alberghi qualche “chissenefrega, intanto siamo a Riccione”. È solo una sensazione, infatti è sbagliata. Lo dimostrano i ragazzi di Salerno che sono stati la linfa di simpatia e di entusiasmo di questo appuntamento giovanile. Sempre presenti al tavolo, concentrati, esaltati e dispiaciuti a seconda del caso. E la squadra di Catania, che arrivata quarta esultava come Totò Schillaci al mondiale e, tornati in Sicilia dopo un viaggio notturno passato in un vagone con cuccette sottoposte all’acqua piovana (fonte Attanasio), il pomeriggio della domenica erano già tutti al circolo a giocare il simultaneo.

Accendiamo il registratore col più giovane del campionato Esperti, Federico Porta, 13 anni.
“Federico, cos’è per te la passione?”.
“È l’amore per una cosa”.
“E il bridge?”.
“Per lo studio mi aiuta molto, perché mi tiene la mente allenata, infatti vado molto bene in matematica. Mi diverto molto a giocare a bridge, molto molto, quando ci sono delle mani complicate che mi fanno pensare e ragiono su come giocarle. Oppure quando a volte non so cosa dichiarare sono costretto a pensarci bene, insomma più la cosa è complicata, più mi piace”.
Gli chiedo: “So che sei il terzo di una generazione di bridgisti…”.
“Mio nonno (Alberto) e mio padre (Massimiliano) li stimo molto. Se non ci fossero stati loro non avrei mai iniziato a giocare
e grazie a loro in questi due anni che gioco sono molto cresciuto”.
Provo a stuzzicarlo: “A volte i ragazzi della tua età voglio staccarsi dall’immagine del padre, ti scoccia un po’ portarti addosso l’ombra della famiglia?”.
Federico: “No per niente, mi fa molto piacere”. Colpito e affondato.

Federico Porta

Un altro figlio di papà, in senso bridgistico, è Alvaro Gaiotti che, col compagno Francesco Chiarandini, torna a Pordenone con due ori in saccoccia, nel coppie e nello squadre. Alvaro, spinto ad appassionarsi dal padre, Walter, ha iniziato a giocare giusto a novembre dell’anno scorso, sotto la guida dell’insegnante Sergio Varischio, ha proposto a Francesco suo vicino di casa di tentare l’avventura a Riccione e hanno fatto bingo. È gente del Nord, seria e composta. “Ma siete felici?”: Un grande sììì liberatorio all’unisono ed un sorriso radioso. Bei tipi. Chissà se si lasceranno prendere allo stesso modo del mio amico Loris, che fa il commercialista e la mattina presto, prima di tuffarsi nelle leggi e nei numeri, massacra lo smartphone per giocarsi due o tre manine su BBO col suo compagno Biagio.

Francesco Chiarandini e Alvaro Gaiotti

È già pasquetta. Gavino Zedda, nel suo aplomb sardo marchiato dal fuoco della passione, è il primo a prendere il volo per l’isola del vento, portando con sé quattro medaglie d’oro più lucide del solito, perché forgiate dalla fatica e dalla pazienza. Siamo ai saluti finali, abbraccio Vera Ravazzani che meriterebbe un monumento all’entusiasmo ed una cronaca completa dei suoi siparietti con Gianni Bertotto; ora torna a Concorezzo coi suoi giovincelli, simpatici e briosi, condotti per tutto lo stage da un paterno Ruggero Venier che con elegante pazienza si è occupato di puntualizzare i principi che un giorno li farà diventare i migliori.

Sento che manca ancora qualcosa. La vedo là, sola soletta, che intende rilassarsi cinque minuti dalle licite con la Capriata, ma non le concedo il riposo. Giorgia Botta si lascia catturare con la solita allegria, è lei la indiscussa “pasionaria” del bridge giovanile e l’argomento merita di concludersi con le sue parole:

Giorgia Botta“Il bridge è la mia passione, quella di molti di noi ragazzi al quale sacrificano tanto tempo. Alla nostra età poi decidere di andare a fare il torneo piuttosto che uscire con gli amici vuol dire che ci si tiene. Certo, poi non è che son tutte gioie. Ogni tanto, quando le cose vanno male, ci sono dispiaceri. Probabilmente la delusione provata è una conferma di questa passione, sennò ce ne fregheremmo. E così ecco che si manifestano entrambi i lati, l’esaltazione e la tristezza. Due facce della stessa medaglia.”

“Cosa ne pensi dell’intervista di Manu dopo la White House?”.
“Ha ragione quando dice che potevamo prestare più attenzione a tante cose, che diversi equilibri si sono un po’ alterati e non ci hanno certo aiutato. Non me la sento di dire che abbiamo peccato di distacco, di poca partecipazione, però purtroppo quando le cose vanno male e continuano a peggiorare senza che emerga l’idea che qualcosa migliori, è chiaro che ti inizia a mancare qualcosa che ti impedisce di vedere la via d’uscita. Probabilmente ci si abbatte proprio perché ci si appassiona e a bridge quando ti prende lo sconforto ti viene mancare l’aggressività…. perdi di sicuro. Anche con le squadre più deboli non ci sono chance di vincere se non si gioca col coltello fra i denti. Quando poi si insinua un’ombra di rassegnazione è fatta. Ci siamo entrate un po’ tutte in questa condizione e credo che sia stata un’esperienza che ci ha attrezzato affinché non si ripeta più”.
“Ti pesa questo ruolo che ti si è cucito addosso, di essere il trainer, l’entusiasta del gruppo?”.
“A me non pesa perché è la mia natura, semmai mi pesa il contrario: quando mi si chiede (spesso giustamente) di contenere certi lati del mio carattere, questo mi costa più fatica. Invece fare da mascotte non mi pesa affatto, anche se non sempre mi riesce benissimo. Ognuno nella squadra ha il proprio ruolo e contribuisce al gruppo a suo modo, io sicuramente porto allegria e carica. Quando io sono giù, le cose un po’ cambiano nella squadra, credo venga a mancare quell’energia in più che io in quel momento non do, magari anche solo una battuta cretina o la musica che metto ogni mattina prima di iniziare a giocare”.
“Vincere non è mai facile, eppure tanti sono sempre puntuali a sminuire le vittorie che fate e non perdono occasione di criticare le sconfitte”.
“Sì è vero, però i grandi campioni, quelli veri, normalmente non entrano in questo giochino, chissà perché…”.
Me la strappano di corsa, abbiamo sforato, deve riprendere l’ultima seduta dello stage. Tutti a tirare quelle carte che oramai si confondono con le loro dita. Le ragazze di Manu, i giovincelli di Dario e i grandi di Giagio.
Tutti. Insieme. Appassionatamente.
Daniele Donati