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Mi è capitato, negli ultimi tempi, di leggere di persone che si chiedono cosa facciano le altre nazioni in merito alla formazione delle squadre nazionali, e che cosa abbia fatto in merito l’Italia nel corso della sua storia.
Nel frattempo, mi sono imbattuto in un congruo numero di inesattezze sull’argomento, così che, per quello che mi permette la memoria, cercherò di dissipare alcuni dubbi.

In campo internazionale Francia, Polonia, Svezia Inghilterra, Bulgaria Israele, USA si sono avvalse delle selezioni.

Cominciamo con il panorama internazionale, nell’ambito del quale mi limiterò alle nazioni principali. Ebbene, le stesse hanno fatto, negli anni, un uso estensivo delle selezioni: ce n’erano in Francia – assai strutturate, con variazioni che hanno visto giocare sia a coppie che a squadre, ed anche, in campo femminile, l’uso del cosiddetto “Challenge Round” (la selezione serviva a produrre una squadra che affrontava poi la formazione “titolare”) – in Polonia, Svezia, Inghilterra, Bulgaria, Israele e, naturalmente, USA.

Di tutte queste, sopravvivono in Inghilterra, Israele, Bulgaria e Stati Uniti, mentre Francia e Svezia hanno un sistema dove il selezionatore pesca tra un ventaglio ristretto di coppie, che vengono valutate durante l’anno con l’ausilio di un pool di tecnici.
La Polonia risente invece della costante presenza di sponsor: questi pagano dei professionisti per allenarsi, a patto di poter giocare (è accaduto negli ultime quattro anni, con sponsor diversi).
Altrettanto influenzata dagli sponsor e l’Inghilterra, dove c’è una selezione a squadre, interamente a KO, ma tutte le squadre principali hanno un mecenate quale membro.
Sempre a squadre è la selezione israeliana, che si dipana lungo l’arco di quasi due mesi: si ha prima un round robin su molte mani – si gioca una volta la settimana – e poi semifinali e finali a KO. Qui non ci sono sponsor nell’ambito Open e Ladies, perché le iscrizioni devono passare al vaglio di un comitato che non lo permette (o meglio: non permette la partecipazione se non a giocatori di primissima fascia), ma ci sono tra i Senior, dove l’iscrizione è all’incirca libera.

Mi rimane da dire che il meccanismo usato adesso da Francia e Svezia è da molti anni patrimonio anche dell’Olanda. La squadra “orange” è stata per anni finanziata da Hans Melkers, miliardario in euro di laggiù, ma il rapporto si è concluso quando lo stesso Melkers, che non ha mai preteso di giocare, ha subordinato il suo contributo (un milioncino tondo all’anno) alla nomina a Commissario Tecnico (non esattamente, ma il succo è comunque che voleva essere lui a scegliere i sei membri della squadra nazionale). La NBB ha rifiutato, e la cosa è addirittura finita in tribunale.

Negli Stati Uniti le selezioni sono un meccanismo consolidato. Le squadre più forti godono di una wild card per il KO.

Gli USA rappresentano un fenomeno a parte: lì le selezioni ci sono praticamente da sempre (dal 1959), e sebbene fino alla fine degli anni ’60 ci siano stati esempi di selezioni a coppie, da allora in poi si svolgono solo a squadre.
Il meccanismo non è casuale, visto che è fatto proprio per favorire la partecipazione degli sponsor, i quali ben poca speranza avrebbero se si giocasse a coppie (ma nell’era delle selezioni a coppie, uno riuscì a passare, tal Patterson nel 1962, in coppia con Ivan Erdos). Se da un lato gli sponsor vengono palesemente incoraggiati a partecipare, così che possano finanziare il fiorente movimento dei giocatori, dall’altro, però, la loro presenza è rigidamente regolamentata. Ogni componente la squadra, per potersi qualificare ad ogni fase successiva, deve infatti giocare almeno un terzo delle mani della fase precedente, arrotondate per eccesso, senza che siano ammessi sconti di sorta. Questo significa che lo sponsor deve essere in campo, in un incontro di 120 mani (la distanza tipica, per almeno 45: un impegno non da poco, con un forte impatto sulla gara.
La formula è oramai consolidata da oltre dieci anni: le squadre più forti sono immesse da subito nel tabellone finale a KO; tipicamente, una direttamente ai quarti, e una, o due, agli ottavi (ma si è anche vista la squadra Nickell in semifinale, qualche tempo fa). Le altre, invece, devono guadagnarsi l’accesso agli ottavi di finale attraverso un doppio Round Robin: qualcuna se ne va già dopo il primo. Il Round Robin è su una distanza molto breve: sette smazzate (qualche volta nove: negli USA amano i numeri dispari, e la lunghezza dipende dal numero dei partecipanti), mentre i KO si giocano tutti su 120 (molti anni fa, il primo turno si è giocato, e per un paio d’anni, su 90).

La prima selezione italiana si tenne nel 1964 perché molti campioni volevano rappresentare l’Italia.

Veniamo alla storia italiana, la quale, a dispetto di quanto altrove affermato (“non c’erano certo selezioni nell’epoca del primo Blue Team”), la prima selezione l’ha vista proprio in quegli anni: nel 1964 venne organizzata infatti una gara a coppie quale qualificazione per le Olimpiadi di New York, e questo sebbene l’Italia avesse vinto le sei Bermuda Bowl precedenti all’incirca con gli stessi giocatori. Tuttavia, proprio quel “all’incirca” è la chiave per capire l’arcano: nel campionato del 1963 di Saint Vincent, vinto in modo drammatico, avevamo giocato con due terne: Belladonna, D’Alelio, Pabis Ticci su “Fiori Romano”, e Chiaradia, Forquet, Garozzo su “Fiori Napoletano”. Avarelli, compagno da sempre di Belladona che era stato fuori nel 1963 per motivi professionali (era un alto magistrato della Corte dei Conti) voleva rientrare; D’Alelio, ex compagno storico di Chiaradia si era accoppiato con la “new entry” Camillo Pabis Ticci, e Forquet giocava con Garozzo. Chiaradia era rimasto fuori, e Carlo Alberto Perroux, il Capitano per antonomasia, non se la sentì di lasciar a casa d’ufficio il fondatore della parte napoletana della squadra. Ecco da dove nacquero le selezioni, secondo quanto scritto da Perroux medesimo nel bellissimo “Il Blue Team nella storia del bridge”. Come detto, la selezione era a coppie, divise in tre fasce: quelle di interesse nazionale ammesse direttamente alla finale, quelle più forti, ma mai “azzurre” ammesse alla semifinale, e tutte le altre a disputare una qualificazione divisa nelle zone Nord e Sud. Le prime due coppie acquisivano da subito il diritto ad entrare in squadra, mentre la terza era scelta dal CT tra le partecipanti alla finale. Vinsero Avarelli-Belladonna, seguiti da D’Alelio-Pabis Ticci, mentre vennero ovviamente ripescati Forquet-Garozzo, finiti quinti.

Nel 1970 si tennero altre selezioni, anch’esse a coppie.

Altre selezioni si organizzarono poi nel 1970, quando il Blue Team si ritirò (non, dunque, come altrove erroneamente scritto, nel 1968: in quell’anno si giocarono le Olimpiadi a Deuville, e l’Italia le vinse con la stessa formazione vista sopra, che fece poi il tris nel 1972 a Miami) . Non ne conosco i meccanismi precisi, ma so dirvi che la gara era a coppie, e che l’esito, causa numerose altre defezioni – molti giocatori di vertice non se la sentirono di andare ad un mondiale senza le tre coppie più formidabili del mondo – fu la squadra più improbabile mai vista, che finì regolarmente ultima a Stoccolma, dove, per la prima volta, vinsero i famosi “Aces di Dallas”, la squadra salariata da Ira Corn (che non giocava, il suo era un progetto patriottico: voleva riportare negli USA il titolo mondiale, e per quello assunse otto giocatori, un CT, un Coach, e persino uno psicologo).

Nel 1976 si fecero selezioni per designare la rappresentativa delle Olimpiadi

Ancora selezioni nel 1976, per le Olimpiadi di Montecarlo (in quell’anno, e nella stessa sede, si giocò anche la Bermuda Bowl, ma la squadra per quest’ultima competizione era selezionata dal CT), sebbene fossimo anche quella volta detentori della Bermuda Bowl, e furono quanto mai drammatiche: proprio a causa di un famoso pasticcio (vi risparmio i dettagli, che, almeno per come li ho sentiti raccontare, non sono i più commendevoli della nostra storia), Leandro Burgay, sentendosi beffato, scatenò il celeberrimo scandalo “Bianchi-Burgay-Forquet” che ci portò addirittura, per pochi mesi, alla sospensione dalla WBF (World Bridge Federation). Il meccanismo era un misto di coppie e squadre e non portò bene: l’Italia arrivò seconda alle Olimpiadi, dopo un drammatico ultimo turno contro la Grecia (oro al Brasile), e perse la finale della Bermuda Bowl dagli USA (piccola soddisfazione: in quell’incontro, secondo Eric Kokish il nostro Arturo Franco si rese protagonista della migliore prestazione di sempre in una finale mondiale).

Selezioni anche nell’87, ’88 e 2012

Ci furono poi nuove selezioni nel 1987, per gli Europei di Brighton, e nel 1988 per le Olimpiadi di Venezia. In entrambi i casi, si utilizzò un sistema misto a coppie (nelle prime fasi) e a squadre (nella fase finale). Le coppie che arrivavano in fondo, dovevano formare delle squadre, una delle quali era scelta dalla commissione tecnica.

Infine, abbiamo avuto delle selezioni a squadre nel 2012, per i World Games di Lilla.

Rimane solo da dire che abbiamo qua e là organizzato selezioni anche per altri eventi, come vari Seniores sia a livello europeo che mondiale, ed anche per giocare la Rosenblum. Una me la ricordo bene: nel 1994 si giocava ad Albuquerque, e quella selezione, lunghissima e a coppie (tre diverse fasi, di cui l’ultima a Salso, lungo quattro giorni di gara, ristretta a sedici coppie), la vinsi io (in coppia con Paolo Braccini)!