Nuova scala VP- tabella di conversione

Bridge Score

Nell’Ottobre 2011, la WBF (World Bridge Federation) ha designato un Comitato (Scoring Committee), deputato a studiare le possibili variazioni nell’ambito di tutte le categorie di punteggi in uso nelle competizioni di Bridge. Formalmente, quindi, i Total Point, gli International Match Point (IMP) ed i Victory Point (VP).

Formalmente, perché a dire il vero, nessuno – sebbene qualche sparuta voce si sia levata in merito – ha seriamente pensato a mettere mano ai Total Point, perché questi costituiscono l’essenza stessa del gioco, ovvero sono ad essi subordinati tali e tanti aspetti tecnico-tattici che la loro riforma porterebbe a creare, di fatto, un gioco diverso.

Differente è invece il discorso riguardante IMP e VP. Entrambi non sono altro che semplici tabelle di conversione, e se quella degli IMP ha un’influenza pur sempre rilevante sugli aspetti tecnici e tattici del gioco, non è così per quella dei VP.

Quanti IMP si guadagnino, o perdano, dichiarando un qualche contratto è infatti alla base di molte scelte, mentre per quanto riguarda il cumulo di IMP, e quindi la loro trasformazione in VP, l’unico obiettivo è sempre quello di ottenerne il più possibile, senza alcun legame con la successiva tabella di conversione.

Inoltre, sebbene negli anni le critiche (giustificate) alla scala degli IMP non siano mancate, queste sono state ben più rare, e assai più tiepide rispetto a quelle rivolte alla scala dei VP, oggetto questa di continui “assalti” da parte dell’intera comunità dei giocatori a livello internazionale.

Critiche tanto più forti negli USA, dove la USBF (United States Bridge Federation), aveva autonomamente elaborato una nuova scala, contenente anch’essa (come la nuova della WBF) dei valori decimali, già a partire dal 2001, ed utilizzata da allora nei Trials (la competizione che serve a designare le squadre nazionali americane, in occasione di Bermuda Bowl e Olimpiadi).

Tutto quanto sopra ha fatto sì che fosse la scala dei VP quella ad essere affrontata per prima, con il Comitato che ha fatto inizialmente riferimento ai due aspetti della scala dei VP più frequentemente messi in discussione negli anni: il fatto che alcuni IMP non avessero alcun valore (principio che io stesso ho enunciato in maniera sistematica nel 2001 scrivendo “Scoring and Results”, ovvero il lavoro alla base di tutti i moderni programmi di elaborazione dei punteggi), e quello che la squadra perdente potesse subire un “minus” (fermo restando il massimo di 25 per i vincitori, la perdente poteva scendere da 5 fino a 0).

Oltre a questo, poi, un’analisi superficiale della vecchia scala porta facilmente a concludere (almeno per dei matematici di vaglia, cosa che io non sono; tuttavia, mi fido della parola dei membri “professionisti” del Comitato) che il livello richiesto per far scattare il punteggio massimo era sbagliato.

I principi da fissare, quindi, prima che si passasse al puro lavoro matematico, si possono così riassumere:

  • ogni IMP doveva valere qualcosa;
  • dato un massimo (da determinarsi), non dovevano esistere minus;
  • doveva essere fissato il punteggio necessario ad ottenere il massimo numero di VP disponibili (punteggio ovviamente variabile al variare del numero di mani);
  • doveva stabilirsi se la scala dovesse avere una progressione numerica di tipo discreto (ovvero con incrementi costanti), o continua (vale a dire con incrementi variabili).

I primi due punti erano i presupposti stessi dell’esistenza del Comitato, mentre i secondi due richiedevano un’analisi statistica.

Infine, quale numero massimo di VP guadagnabile, si è scelto il numero 20, decisione del tutto arbitraria (non esiste alcuna ragione matematica né per scegliere quello, né un altro), e puramente legata a motivi storici e tradizionali.

Henry BetheDietro al coordinamento di Chairman e Segretario, io ho dunque provveduto a recuperare i dati relativi ad oltre 100.000 smazzate giocate a livello EBL (European Bridge League) e WBF (World Bridge Federation), mentre Henry Bethe e Bart Bramley, esperti di matematica del settore, hanno provveduto ad elaborarli per estrarre quanto richiesto.

Penso sia inutile discutere questo punto (chi vuole, può scrivere ai due): per quanto mi riguarda, mi fido delle conclusioni! Queste sono state dei numeri, per ciò che attiene a quanto necessario per vincere 20 a 0 (solo tre, perché in eventi EBL e WBF si gioca solo su 10, 16 o 20 mani), e la presa d’atto che la scala doveva essere continua, poiché la densità maggiore di dati (risultati finali) si trova nei dintorni del vecchio 13-17/17-13, e quindi che gli IMP in quella zona devono avere peso maggiore.

Bart Bramley

Fatto questo, mancava ancora da stabilire, con una certa arbitrarietà, quale fosse il parametro da usare

In questa, decisiva, fase, è entrato in gioco Peter Buchen, già professore ad Oxford e dunque personaggio di indiscutibile levatura. L’australiano (tra l’altro ottimo giocatore, spesso protagonista di vertice, in patria, delle competizioni Seniores; come eccellenti sono sia Henry Bethe, che ha rappresentato più volte gli USA nel Senior Bowl e, soprattutto, Bart Bramley, che vanta un argento nella Rosenblum, e un bronzo nel “mondiale” a coppie) ha proposto un parametro legato alla radice quadrata delle mani giocate per il primo problema (a detta di tutti, unica soluzione possibile), ed una complicata (per me!) funzione nel secondo. Anche in questo caso, fidarsi è d’obbligo. per indicare quanti punti fossero necessari per fare 20 in tutti i casi possibili (oltre a quelli già visti, 7, 8, 12, 14, 18, 22 e così via, di due in due fino a 48), e poi quale funzione usare per calcolare i singoli “gradini”, ovvero quali VP andassero associati ad ogni differenza possibile.

Peter Buchen

Chi volesse (e sia in grado di farlo!), può divertirsi a leggere la dotta esposizione in merito di Buchen allegata.
La WBF ha ratificato il lavoro della Commissione nell’Agosto 2012, a Lille. Rimane da dire che la tabella stessa non rappresenta una “Legge” (quali quelle contenute nel Codice di Gara), ma un regolamento, e quindi interno alle competizioni WBF. In altre parole, mentre le leggi, e le loro interpretazioni ufficiali quali emanate dal WBF Laws Committe, sono obbligatorie ed inderogabili (salvo tredici punti, dove il Codice offre una limitata autonomia interpretativa alle Organizzazioni) per ogni affiliato alla WBF, un regolamento può essere adottato, o meno, dalle singole organizzazioni, a cominciare da quelle zonali (come la EBL), e Nazionali (come la FIGB), fino alle singole Organizzazioni a livello periferico (sempre che, come recita l’Articolo 80 del Codice, siano investite dalla loro Organizzazione Nazionale del potere di farlo). In merito, però, bisogna sottolineare che tutte le zone, senza eccezione alcuna, la hanno immediatamente fatta propria, ed allo stesso modo si sono comportate numerosissime organizzazioni nazionali.

Questo per quanto riguarda la genesi della nuova scala, mentre ora mi rimane da rispondere alle critiche, non di rado scomposte, che ho letto qua e là in merito, critiche che hanno raggiunto apici degni di miglior causa (“la WBF vuole far morire il Bridge”).

  • Non è assolutamente vero, come invece sembra trasparire dalle suddette critiche, che la WBF, descritta come un apparato di soloni e parrucconi chiusa nelle stanze del potere, ed avulso dalla realtà, abbia intrapreso autonomamente il cammino di riforma. Anzi, forze conservatrici si sono opposte a lungo ad un cambiamento sollecitato da molti anni proprio dai giocatori, desiderata finalmente recepite (a Salsomaggiore, nei recenti campionati primaverili, la totalità dei nostri esponenti di vertice si è lamentata della mancata adozione della nuova scala da parte della FIGB).
  • Assurdo dire che la nuova scala sia più complicata della precedente, perché ci sono i decimali ed è quindi più difficile da capire, e da ricordare. Assurdo perché:
    a) i decimali fanno parte della vita di ogni bridgista fin dalla culla (percentuali nei tornei a coppie);
    b) non conosco nessuno, incluso me stesso, che conosca a memoria alcuna scala dei VP
    c) i giocatori, da sempre (la prima scala dei VP venne usata nel 1964, alle Olimpiadi di New York; allora era del 7 a 0, e non prevedeva il pareggio [in caso di pareggio in IMP, 4 VP venivano assegnati sulla base dei Total Point]) sono abituati a trasformare la differenza IMP in VP semplicemente leggendo una tabella di conversione. Questo senza alcuna comprensione del meccanismo alla base (vorrei che qualcuno dei critici dimostrasse di conoscere la genesi, e quindi le motivazioni, della scala del 25-0, e poi sapesse fornirmi una stima di quanti giocatori si siano mai curati del problema), ovvero in maniera del tutto passiva.
  • Ha una qualche validità l’appunto relativo alla maggiore difficoltà nel ricordarsi la somma dei punti fatti, ma anche in questo caso:
    a) i giocatori nella quasi totalità (qui qualche eccezione c’è), si limitano a guardare le classifiche pubblicate per sapere quanti punti abbiano in totale, e poiché lo fanno (di norma) dopo ogni turno, si accorgono subito di eventuali errori, né più né meno di come si accorgono di errori quando leggono delle percentuali (come detto, anche lì ci sono i decimali). Quelli che non se ne accorgeranno in futuro, sono quasi certo si possa affermare che saranno gli stessi che non se accorgono nemmeno adesso;
    b) già al giorno d’oggi, nessuno (o quasi: chiedo scusa se offendo i pochissimi che tengono tutto a mente) somma di volta in volta per via esclusivamente mnemonica; tutti (o quasi), annotano i punteggi realizzati (ma, lo concedo, sommare con quattro cifre e più difficile che con 2!);
    c) oggigiorno tutti hanno un qualche mezzo elettronico dove stoccare la tabella dei VP, i risultati di ogni turno, ed il totale progressivo, mezzi che inoltre sono in grado anche di fare le somme se questo dovesse risultare oneroso(!)
    d) l’appunto stesso mi sembra davvero poca cosa a fronte dell’indiscutibile vantaggio tecnico che se ne ricava.
  • Nel mondo, due sole voci autorevoli si sono levate contro la nuova scala, quella del canadese John Carruthers, Editor dell’IBPA Bulletin (rivista mensile della International Bridge Press Association), e quella dell’australiano Ron Klinger (campionissimo, ed uno degli autori di Bridge più famosi del mondo anglosassone).
    Il primo ha usato un argomento talmente assurdo, da far sì che nessuno l’abbia preso sul serio: “non è necessario che ogni IMP valga qualcosa”, proprio in contraddizione col pensiero della totalità dei giocatori.
    Ron, invece (è un caro amico), ha chiesto (sull’ultimo bollettino dell’IBPA) di far sì che la scala abbia valori discreti (0,25 alla volta) per permettere ai giocatori di calcolare i VP autonomamente, e di fare le somme a memoria con maggiore facilità. Anche quella dell’australiano, però, è rimasta una vox clamans in deserto
  • Come spiegato, l’accoglienza è stata quanto mai positiva in giro per tutto il mondo, e quando usata (la prima volta a Pechino nel Dicembre 2012, in occasione degli Sport Accord Mind Sport Games, e poi molte altre volte in giro per il mondo), non ha provocato alcuna critica.

 

A Bali, in Settembre, il Comitato tornerà a riunirsi per cominciare il lavoro sulla tabella di conversione degli IMP.