Seconda parte (clicca qui per leggere Coppie I)

Parlavamo di coppie di Bridge.
Pensiamo ora al discorso inverso: una coppia “nella vita” che gioca a Bridge.
Cosa ci aspettiamo che accada?

Una coppia vera ha già instaurato dei meccanismi ben precisi, anche se non sempre i protagonisti se rendono conto, ma non necessariamente tali meccanismi vengono mantenuti.
Anzi, per quanto riguarda la supremazia, è possibile che il subalterno nella vita (può essere lui o lei) cerchi di ribaltare al tavolo quanto succede a casa non solo assumendo al gioco il ruolo di capo ma anche a volte purtroppo cercando di trasformare il partner in vittima.
E’ la situazione tipica del professionista molto impegnato sul lavoro che gioca per stare accanto alla moglie che ha dedicato il proprio tempo libero al Bridge. Il poveretto alla sera è stanco ed ha ancora in testa i problemi del lavoro, ma guai dimenticarsi di battere gli atout o una convenzione…

Ricordo quanto successo al tavolo molti anni fa. Lei una bella ed elegante signora con il Bridge nel sangue e tanta tanta voglia di vincere.
Lui professionista molto impegnato e molto legato a lei, bridgista anche lui ma che aveva normalmente il buon senso di lasciare la moglie a partner più abili.
Ma una sera giocano insieme. Lui, evidentemente stanco, non è molto brillante e non le fa fare un taglio abbastanza evidente. Lei dice con tono che non ammette repliche: “Metti le mani sul tavolo!”. Lui obbedisce tranquillo senza immaginare che gli arriverà una gran botta sulle dita data col board di plastica rigida…

Se vogliamo andare un pochino più a fondo, un sentimento che incide non poco nei rapporti di coppia (bridgistica) è l’autostima.
Apparentemente l’autostima nel Bridge non dovrebbe essere così importante; non dimentichiamo che il Bridge è un gioco e che i piazzamenti nelle competizioni non possono sostituirsi ai risultati nella vita.
Inoltre un buon giocatore sa che il risultato nel torneo è dato da molti fattori, tra cui non ultima la fortuna, e che si può giocare bene senza essere ricompensati.
Purtroppo per molti bridgisti non è così e se da un lato la capacità di valutare se si ha giocato bene o meno non è da tutti, la mancanza di risultati può venir vissuta molto male. E credo siano molti purtroppo i bridgisti per i quali conta solo il risultato. E questo è il motivo per cui vediamo tanti giocatori lasciarsi insultare al tavolo senza reagire dal partner “più forte”: stanno pagando lo scotto per il risultato finale e considerano la cosa del tutto legittima. Contenti loro…

Mentre in una coppia formata da giocatori di pari livello le discussioni possono scatenate e mantenute da una lotta per l’affermazione della leadership, sono i rimproveri, vissuti come attacchi all’autostima, che solitamente scatenano le reazioni dei giocatori più deboli. D’altronde provate a pensare come si deve sentire un giocatore che fa coppia con un esperto e che sa che gli errori della coppia sono sempre suoi. Pare una situazione scontata e come tale non suscettibile di conflitti ma alla prima occasione in cui il giocatore debole penserà di venir rimproverato a torto o semplicemente che lo zero che ha appena preso dipenda dal compagno “forte” e non da lui .. si scatenerà la bagarre anche perché è difficile che un esperto accetti bene una critica infondata.

Il discorso sull’autostima si complica non poco, in maniera abbastanza intuibile, nelle coppie “di fatto”.
Parlando di situazioni matrimoniali o simili, sappiamo bene che il sentimento che unisce due persone non è solo legato all’amore ed all’affetto ma anche alla stima.
E’ quindi facile immaginare come gli errori possano essere vissuti, soprattutto dalla donna, come ferite nell’autostima con la paura che il partner-compagno possa considerarla una sciocca o incapace.

Ma il rischio di portare nel gioco fattori propri della vita vera non finisce qui. Spesso la donna, rimproverata più o meno giustamente, si sente svalutata e vive con ingiustizia i rimproveri pensando qualcosa del tipo “se la prende con me per una carta mentre io mi sbatto per tenere la casa, accudire i figli etc.”.
Si commette cioè l’errore di mischiare sentimenti legati alla vita con aspetti legati esclusivamente al gioco. E’ chiaro che quanto detto è tipico del rapporto maschio-femmina ma in una coppia open il professore universitario potrebbe dire “rimprovera me di aver sbagliato! Io che sono un professore universitario!”.

Vorrei ora tornare al fatto che molte coppie “nella vita” giocano insieme.
La prima considerazione da fare è che questo, per quanto riguarda la resa al tavolo, è sicuramente un vantaggio. Si spera che i due nel loro tempo libero vadano anche al cinema e non giochino solo a Bridge ma sicuramente avranno molto più tempo ed occasione di discutere della loro comune passione di altre coppie. E parlare di Bridge per una coppia è forse più utile che giocare.
Conoscere il sistema è importante ma costruire una concezione comune di dichiarazione e controgioco lo è molto di più.
Sappiamo bene tutti che le mani anomale salteranno fuori sempre; ci vuole pertanto un modo comune di pensare per superare certe situazioni. Ed è anche molto gratificante avere una passione comune che ti permette di avere amicizie comuni.
Ma forse la cosa più bella e che unisce di più è quella di affrontare una competizione come un’avventura in cui si deve essere uniti al massimo per poter vincere, durante la quale non c’è spazio per scontri e litigi perché per ambedue la meta è la stessa. Sembra quasi un’allegoria della vita…

Per queste coppie il problema nasce nel momento in cui la motivazione al Bridge è diversa. Se per uno dei due componenti il Bridge è ”molto importante” ed altrettanto importanti sono i risultati ottenuti mentre per l’altro il Bridge è sì qualcosa di divertente ma più che altro è un modo per stare in compagnia e avere qualcosa in comune con lui/lei beh… è indispensabile che i due ne parlino, si rendano conto del diverso approccio al gioco ed eventualmente, con tutta serenità, si limitino a fare insieme il torneo di Natale al circolo scegliendosi per il resto altri partner.
A scanso di litigi continui ed inevitabili.

Se quello che si cerca nel bridge è diverso si deve avere il coraggio di separarsi per non doverlo fare nella vita.
Si può benissimo giocare ogni tanto ma non pretendere di essere uniti in ogni tipo di competizione.
Perdonatemi, ma vorrei insistere su questo punto. Si vedono troppe coppie “vere” litigare continuamente al tavolo e non credo siano tutti degli sciocchi o degli isterici. Credo invece ci siano molte situazioni in cui un componente della coppia, magari senza dirlo esplicitamente, non vuole essere “abbandonato” e tiene legato stretto il suo partner anche se come dicevo sopra la motivazione al Bridge è diversa con atteggiamento al tavolo conseguentemente diverso.
Però… senza voler dire nulla di profondo… se si ama veramente qualcuno si deve aver nel cuore anche la sua libertà.

Molti anni fa. Ero un principiante o quasi. Ricordo una bellissima coppia veneziana di coniugi.
Giocavano bene ma soprattutto li ricordo perchè nel fisico, eleganza nel vestire e nel comportamento sembravano il principe di Galles e la consorte.
Passo vicino al loro tavolo durante un mitchell e stanno discutendo animatamente. Riesco a sentire solo le ultime parole della signora “..e ti xe anca beco. E se teo digo mi…” (“…e sei anche cornuto. E se te lo dico io…”)