“…e farsi anche del male
per potersi con dolcezza perdonare…”
L. Dalla – Quale allegria

Nel primo capitolo del mio libro “Bridge e Cervello” cercavo di mettere in risalto come il Bridge sia, forse unico al mondo, uno sport dicoppia e dicevo:
Visualizza la scheda del libro su Amazon“E’ la coppia che vince o perde, indipendentemente dal valore dei singoli giocatori che la compongono. Non si tratta del doppio a tennis in cui un giocatore può rifugiarsi in un angolino del campo e lasciar fare al compagno; responsabilità e meriti vanno divisi, possibilmente da buoni fratelli. La coppia può essere composta da due sconosciuti o quasi solo per un’occasione, fatta da amici per la pelle, fatta da compagni nella vita, fatta da due persone che poco hanno in comune se non una visione comune del Bridge; comunque, lo dico ancora, è la coppia che gioca”.

Si tratta di una nozione ovvia per i bridgisti ma sulla quale non si è forse riflettuto abbastanza.
All’interno della coppia bridgistica si creano delle dinamiche molto particolari che non credo siano mai state studiate in maniera esauriente.

Tanto per fare un esempio, all’interno della coppia molto spesso uno dei due giocatori tende ad assumere il ruolo di leader, il che può ovviamente comportare tensioni e malumori anche se la coppia formata da leader e spalla

Un altro problema che spesso si crea in coppie consolidate è la gelosia. Tizio che giocava sempre con Sempronio il martedì trascura per una volta il partner abituale per giocare con Caio e… ne nasce un dramma.  è forse la coppia più stabile e redditizia, sempre che ovviamente i ruoli siano riconosciuti e bene accettati.

Sempronio accusa Tizio di cercare di entrare con Caio in una squadra che giocherà a Salsomaggiore e così via. E con gli esempi si potrebbe continuare. D’altronde come vedete si tratta di meccanismi estremamente comuni in qualsiasi tipo di coppia “nella vita vera” e non solo del Bridge.

E per quanto riguarda le coppie miste? In genere è il maschio che assume il ruolo di leader, forte del fatto che il Bridge maschile è comunemente ritenuto superiore a quello femminile (per piacere accettiamo per ora questo assunto così com’è; spero di poterne discutere in futuro). Come dicevo sopra, l’accettazione di questo ruolo rende la coppia bridgistica più stabile e in grado di rendere meglio al tavolo ma non solo, permette di solito al maschio di giocare più tranquillamente perché non si sente sotto esame da parte di un suo pari.
E per la signora? Anche la signora si sentirà più tranquilla nel suo ruolo “subalterno”? In teoria sì sempre che il maschio non approfitti della sua situazione di supremazia, reale o meno, per trasformare la povera partner da spalla a vittima.

Purtroppo siamo troppe volte testimoni di situazioni di eccessiva aggressività da parte del giocatore “leader” nei confronti del partner, situazioni in cui parlare di maleducazione sarebbe poco.
Considerato che in certe coppie, spesso miste, tali situazioni tendono a presentarsi frequentemente e che ovviamente il giocatore “maltrattato” difficilmente poi potrà giocare bene, mi chiedo a cosa servano. Capisco gli incidenti (anche un santo può perdere la pazienza) ma non quando diventano la regola. E’ chiaro che se un giocatore massacra regolarmente il partner significa che si diverte di più a maltrattare che a giocare e che al risultato bridgistico preferisce il divertimento dato da uno sfogo su qualcuno di più debole. Però di solito queste coppie, generalmente coppie abituali, continuano comunque a giocare insieme… e allora?
Evidentemente vi sono meccanismi psicologici sottostanti o forme di compenso.
Franco Caviezel, il medico federale

Continua domani…